Alessandro tornò dalla terapia intensiva alle undici e venti di una mattina di agosto.
Aveva impiegato quasi un'ora per percorrere i pochi metri dal cancello alla porta di casa.
Non perché la distanza fosse grande.
Era il corpo ad aver cambiato idea sulla distanza.
Ogni passo richiedeva una trattativa.
Jules lo aspettava sulla porta.
«Piano.»
Alessandro lo guardò male.
«Non rompere i coglioni.»
«Sei appena uscito dall'ospedale.»
«Appunto. Sono uscito.»
Entrò.
La camera da letto era già pronta. Tapparelle abbassate, luce minima, aria condizionata a diciannove gradi.
Il condizionatore lavorava senza sosta con un rumore profondo e regolare.
Alessandro si lasciò cadere sul letto.
Per qualche secondo rimase immobile.
Respirava piano.
Sul petto, sotto la pelle, il piccolo rilievo del defibrillatore si sollevava appena ad ogni movimento.
Jules gli portò un bicchiere d'acqua.
Alessandro non lo prese.
«Il cantiere?»
Jules esitò.
«Il cantiere cosa?»
«Come va.»
«Va.»
«Cosa vuol dire va?»
«Va avanti.»
Alessandro allungò la mano verso il comodino.
Il telefono.
Jules glielo porse.
Alessandro cercò un numero.
«Chiami Andrei?»
«È al cantiere.»
«Lo so.»
«Allora perché devo chiamarlo?»
«Perché sei tu quello che ci va.»
Jules sospirò.
Alessandro aveva già composto il numero.
«Pronto?»
Dall'altra parte arrivò una voce impastata dal rumore del cantiere.
«Sì.»
«Sono Alessandro.»
Silenzio.
«Come sta il muro?»
«Quale muro?»
Alessandro chiuse gli occhi.
«Quello che devi finire.»
«Ah.»
«A che punto siamo?»
«A metà.»
Alessandro aprì gli occhi.
«A metà di cosa?»
«Del muro.»
Jules guardò il soffitto.
«Per la fine dell'estate deve essere finito.»
«Sì.»
«Non "sì". Deve essere finito.»
«Va bene.»
Alessandro riattaccò.
Rimase con il telefono in mano.
«Hai sentito?»
«Cosa?»
«Non ha capito.»
«Ha capito.»
«No. Quella gente non capisce.»
Jules guardò il defibrillatore.
«Tu invece capisci tutto.»
Alessandro lo ignorò.
«Domani voglio andare a vedere.»
«Tu domani non vai da nessuna parte.»
«Ci vado.»
«Hai avuto un infarto.»
«Ne ho avuti cinque.»
«E questo dovrebbe tranquillizzarmi?»
Alessandro sorrise.
«Sono ancora qui.»
Fuori, alle dodici meno dieci, il cemento sembrava emanare luce.
Il cantiere era fermo.
Andrei era seduto su una cassetta rovesciata.
Aveva la maglietta completamente bagnata sulla schiena e una sigaretta tra le dita.
Jules arrivò camminando lentamente.
«Che fai?»
Andrei alzò gli occhi.
«Pausa.»
«Pausa?»
«Sì.»
«Il muro.»
Andrei indicò il muro.
«È lì.»
«Lo vedo che è lì.»
«Allora va bene.»
Jules rimase immobile.
Dietro Andrei c'erano i mattoni.
Una pila ordinata, rossa e polverosa.
Più in là, separato da una rete metallica, c'era il piccolo orto.
Pomodori.
Insalata.
Due piante di basilico.
Jules guardò l'orologio.
«È mezzogiorno.»
«Sì.»
Andrei si alzò.
Jules pensò che finalmente avesse deciso di riprendere il lavoro.
Invece Andrei prese un annaffiatoio.
«Dove vai?»
«A bagnare.»
«Cosa?»
Andrei indicò l'orto.
«I pomodori.»
Jules lo seguì con lo sguardo.
«Andrei, Alessandro vuole la casa finita.»
Andrei si fermò.
«Lo so.»
«È appena uscito dall'ospedale.»
«Lo so.»
«Ha avuto un altro infarto.»
Andrei fece spallucce.
«Io ho avuto mal di schiena.»
«Non è la stessa cosa.»
«No.»
E continuò a camminare.
Jules rimase solo davanti al muro.
Guardò i mattoni.
Poi guardò l'orto.
Un pomodoro era diventato rosso.
Rosso in maniera quasi offensiva.
Tirò fuori il telefono.
Alessandro.
Rispose al primo squillo.
«Allora?»
Jules guardò Andrei che annaffiava lentamente una pianta.
«Sta andando.»
«Bene.»
«Molto bene.»
«Quanto manca?»
Jules inspirò.
«Poco.»
«Quanto?»
«Pochissimo.»
Alessandro rimase in silenzio.
Il condizionatore continuava a ronzare.
«Per fine agosto?»
Jules guardò il muro.
«Per fine agosto.»
Dall'altra parte Alessandro sorrise.
«Lo sapevo.»
Jules chiuse gli occhi.
«Cosa?»
«Che ce la facevamo.»
«Sì.»
«Quando torno lì voglio trovare tutto pronto.»
«Certo.»
«La cucina soprattutto.»
«Certo.»
«E il soggiorno.»
«Certo.»
«E il muro.»
Jules guardò Andrei.
«Il muro è quasi finito.»
«Bravi.»
Alessandro riattaccò.
Jules rimase con il telefono in mano.
Andrei tornò dal suo orto.
Aveva un pomodoro in mano.
Lo strofinò contro la maglietta.
Jules lo fissò.
«Che fai?»
Andrei diede un morso al pomodoro.
Il succo gli colò sul mento.
«Mangio.»
Jules guardò l'orologio.
Poi il muro.
Poi il pomodoro.
«Alessandro sta morendo.»
Andrei continuò a masticare.
«Tutti muoiono.»
Jules non seppe cosa rispondere.
Il caldo aveva reso l'aria quasi immobile.
Da qualche parte un cane abbaiò.
Un camion passò sulla strada provinciale e sollevò una nuvola di polvere.
Andrei tornò al muro.
Prese la cazzuola.
La guardò.
Poi guardò Jules.
«Domani.»
«Domani cosa?»
«Domani lavoro.»
Jules annuì.
«Sì.»
«Oggi fa troppo caldo.»
Jules guardò il cielo.
Era bianco.
Senza nuvole.
«Sono trentasei gradi.»
Andrei annuì.
«Appunto.»
Nel pomeriggio Alessandro dormì.
Il condizionatore continuava a funzionare.
Sul comodino c'erano le medicine, un bicchiere d'acqua e le chiavi della nuova casa.
Quando si svegliò era quasi buio.
Allungò una mano.
Toccò le chiavi.
Le prese.
Le strinse nel pugno.
Dal corridoio arrivava il rumore della televisione.
Jules entrò.
«Come stai?»
Alessandro non rispose.
Guardava le chiavi.
«Jules.»
«Sì.»
«La casa la finiamo.»
«Certo.»
«Quest'estate.»
Jules rimase sulla porta.
«Certo.»
Alessandro sorrise.
Fuori, oltre le tapparelle, il giorno stava finendo.
Nel cantiere il muro era ancora a metà.
Nell'orto, invece, un altro pomodoro diventava rosso.
Jules spense la luce.
Alessandro rimase al buio.
Il condizionatore respirava nella stanza.
Un respiro artificiale.
Lento.
Regolare.
Poi arrivò il battito del cuore.
TUM.Silenzio.
TUM.Il vecchio orologio sul comodino rispose.
TIC. TAC. TUM. TIC. TAC.Alessandro sorrise.
Le chiavi erano ancora strette nella sua mano.
Per qualche minuto fu felice.
Aveva la casa.
Aveva il muro.
Aveva ancora tempo.
O almeno così gli avevano detto.
Fuori, nel buio dell'orto, Andrei raccolse l'ultimo pomodoro maturo.
Lo portò a casa.
Domani avrebbe pensato ai mattoni.